Alla cortese attenzione dell’assessore Giuliano Da Empoli – 28/09/09 da Paola Bortolotti-
Dunque, tento di nuovo un commento allo stimolante documento Florence is the next Florence,
ovvero Una strategia per il contemporaneo.
La prima frase che mi sento di appoggiare è che per far sì che Firenze si riappropri della sua identità perduta, è non solo necessaria, ma imprescindibile, la partecipazione e l’adesione di tutta l’Amministrazione e del Sindaco per primo.
Decodificare il DNA (imbastardito) della cultura cittadina, sarà davvero il primo difficile passo, in quanto ogni lodevole iniziativa di qualità internazionale, quali quelle citate (cui aggiungerei il primo Festival della Creatività), sono finiti ingoiati nel “buco nero” della provincialità, dell’egocentrismo e della competitività al ribasso che contraddistinguono la fiorentinità.
Difetti che sono un ostacolo anche per quell’apertura sul mondo ricordata da Da Empoli. Avendo insegnato per oltre 30 anni, nelle più prestigiose delle 31 (per il numero esatto si invita a consultare il sito www.aacupi.org ) Università Americane, con campus a Firenze, so che si lasciano coinvolgere nelle manifestazioni cittadine per il minimo indispensabile (vedi anche L’Istituto Universitario Europeo), reticenti a partecipare, e autosufficienti quando non addirittura autoreferenziali, quali sono. Forse le uniche che potrebbero essere risollecitate con intelligenza e diplomazia sono la Syracuse e la New York.
Quindi ri-partire da quello che c’è - e un ingente patrimonio storico-artistico qui c’è - mi sembra la strategia più intelligente, e l’unica. Lo confermerebbe anche il museo di Palazzo Fabroni, che ha appena riaperto, proprio dichiarando la sua vocazione alla riflessione sull’arte, in particolare quella ambientale già acquisita dal territorio attorno a Pistoia e nel resto della Toscana.
La ricognizione accurata degli spazi fruibili, qualora siano chiari e maturi i contenuti da inserirvi, e quando siano stati trovati gestori degni e adeguati, deve essere conclusa al più presto. Come si deve poter tornare a fruire delle donazioni e collezioni sepolte nelle cantine (anche 4 stelle lusso come quelle del Forte Belvedere!) della città. C’è caso che si trovi anche qualche area dismessa da trasformare in parco delle sculture già “donate”, da rimuovere quindi dal centro, e dove piazzare quelle che arriveranno, col benestare della nuova commissione (ma il Parco di Valicaia a Scandicci che fine ha fatto? E il magnifico Parco mediceo di Pratolino?). Ben venga, per esempio, la riapertura dell’Alfieri, che per la mia generazione ha significato cinema ed eventi di grande qualità, e quindi degli altri luoghi citati .
Però, nell’attesa che non sarà breve, visto che Da Empoli nomina Palazzo Strozzi, perché non mettere nella programmazione triennale della fondazione almeno 1 mostra d’arte contemporanea nei piani superiori? Il CCCS va benissimo, ma poiché da noi nessun architetto riuscirà ad infilare una piramide (o un parallelepipedo qualunque) nel cortile, almeno diamo un segnale che l’arte del nostro tempo è considerata come quella del passato e non l’ancella.
Il design pubblico è nota dolentissima, e pensare che Firenze ha dato i natali ai “radicals” più fantasiosi e immaginifici! Esperti di arte pubblica ce ne sono, ma attenzione a quali di loro affidare una nuova estetica...della segnaletica! Altrimenti meglio sarebbe rivolgersi ai vecchi architetti di cui sopra, inclusi quelli migrati a Milano.
Bene auspicare un coordinamento tra gli operatori culturali per evitare la frammentazione e sovrapposizione, con un calendario anticipatorio.
Punto nodale fondamentale è il favorire l’interscambio tra Firenze e il resto del mondo, e sono curiosa di vedere come funzionerà Ambassadors. Firenze era (ed è ancora) famosa per i suoi salotti, quindi aprirne uno - meglio se selettivo- nel cuore della città, potrebbe rialzarci il tono.
La questione dell’assenza dei media internazionali la sento molto, in quanto, essendo invitata a tutte le conferenze stampa indette per gli eventi culturali in quanto giornalista (plurilingue) con tanto di regolare tessera (che pago annualmente), mi ritrovo circondata da tre gatti tesserati come me e da uno stuolo di persone non professioniste chiamate a far numero. Mai qualcuno parla un’altra lingua che non sia la nostra, perciò come faremo a divulgare nel mondo the next Florence? Forse con questo Premio Internazionale per la Diplomazia Culturale? O con il Festival dell’Innovazione? Auguriamocelo, assessore, se vuole una mano, io già gliel’ho offerta.
PB
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